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Un rapporto madre-figlia dovrebbe essere il legame più sacro e indissolubile del mondo, eppure non sempre è così. Il fanatismo, l'ideologia, la vocazione ad una causa possono essere a volte così forti da spezzare il primordiale e istintivo cordone che lega una donna alla creatura che ha dato alla luce. Nel libro "Lasciami andare, madre" Helga Schneider ci racconta il suo drammatico incontro avuto, già da adulta, con la madre che aveva lasciato lei di pochi anni e il fratellino più piccolo, un lontano giorno del 1941, per lavorare del campo di sterminio nazista di Birkenau. L'istintiva pietà per una donna alle soglie della morte si scontra con l'orrore e l'odio per ciò che tale donna ha fatto, per la divisa da SS portata con orgoglio, per l'oro sottratto agli ebrei e gelosamente conservato. Nell'incontro con questa donna fragile eppure ancora arrogante, Helga vuole cercare di dare una risposta ai mille interrogativi che si accavallano nella sua mente e che forse mai troveranno risposta. Come può una madre abbandonare i suoi figli per inseguire un sogno di morte? Come può restare insensibile di fronte alla morte di tanti innocenti? Helga è divisa tra un amore istintivo e un odio covato per una vita, alimentato dalla folle fede di sua madre che non si è mai sopita. "Lasciami andare, madre" è un libro che parla, che urla il disprezzo di una figlia nei confronti di una donna che non è mai riuscita a definire madre, ma dalla quale non sa se riuscire a staccarsi del tutto, un libro scritto per cercare di farle capire quanto male ha fatto ai suoi figli, un libro per dirle tutte le parole che davanti a lei le sono morte in gola. Leggendolo però viene un piccolo sospetto: la madre è ancora così crudele (in lei non c'è traccia di pentimento) o fa di tutto per sembrarlo così d'assicurarsi l'odio (e quindi il distacco) della figlia? "Fatti odiare, madre!" è il disperato urlo interiore di Helga "solo odiandoti sarei finalmente capace di strapparmi dalle tue radici. Ma non posso, non ci riesco" (p.73). Helga si accorge infatti che, se certo non può amare sua madre, non riesce però nemmeno ad odiarla: la forza della procreazione vince sulle colpe materne. "E' pur sempre mia madre, e quando se ne andrà una parte di me se ne andrà con lei. Ma quale? Non trovo risposta a questa domanda" (p.68).
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